Recensione – L’ottavo dolore – La Pietà

Recensione – L’ottavo dolore – La Pietà

L’ottavo dolore – La Pietà

di Katrin Pujia

Per rivisitare in modo originale, e non banale, un capolavoro dell’epoca rinascimentale serve la lucida follia di un visionario e la qualità tecnica ed espressiva di un’artista.
La Pietà di Michelangelo è diventata, nel tempo, un capostipite della perfetta rappresentazione della sacralità del dolore, ma anche inno alla vita intesa come vittoria perpetua sulla morte.

Katrin Pujia si avvicina al capolavoro del rinascimento italiano con una serie d’idee innovative e rivoluzionarie, che abbracciano il passato ma lo rileggono in una chiave postmoderna. Perché, la pietà “Pujiana” è un insieme ben distinto di simbolismi e materiali, una ricerca interiore ed esteriore delle origni dell’uomo stesso. L’ottavo dolore diventa dunque un concetto hegeliano di tempo inteso come logorio, che invecchia e genera l’oblio. E’ proprio in questo concetto d’intervallo, inteso come scansione della continuità di stati, in cui s’identificano le vicende umane e naturali in cui si muove la nuova pietà.

La scultura presentata possiede un nuovo senso di movimento che rompe con la fissità dell’originale. Una non accettazione umanissima e storta di un sentimento doloroso che intreccia il dolore di una madre al proprio figlio ormai privo di vita.
Un corpo quello del cristo che diviene simbolo delle nostre origini e delle nostre passioni più primitive e porta nel corpo le ferite della croce. La madre dal suo canto si muove in uno spazio di rinascita. E’ proprio in questa non accettazione della fine carnale del Cristo in cui si pongono le principali differenze con l’originale. La Maria di Michelangelo accetta in silenzio, quasi con consapevolezza la morte del suo primogenito, nella Pietà di Pujia invece, la donna diventa protagonista attiva e vitale di quel sentimento umano che incarna la forza materna. Una maternità Carnale che omaggia, nella presa della mater sul filio, l’opera il ratto di Proserpina del Bernini e si perde nel colore dorato dell’agnello biblico perfettamente rappresentato dallo scheletro del Cristo. Un corpo consumato dalla voracità inumana degli uomini. Un organismo scheletrico che si rigenera

come il Fegato di Prometeo e diviene nuovo simbolo di rinascita dalle ceneri.
L’opera di katrin Pujia pertanto si apre e si chiude nell’anima vagula di Adriano. In quell’addio alla vita di un’anima piccola, che si accinge a scendere in luoghi ardui e spogli, ove non avrà più gli svaghi consueti.

Critico d’arte e giornalista Christian Humouda

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